Lydia Giordano


*
Vieni qui,
leggimi da più vicino.
Ogni carattere deve prendere dimensione di faccia.
Sfogliami i tratti
che voglio vedere chiaro
il testo che porto
come risulta ostile.

*
Troppa roba, troppa assai, in una scena breve
                                       [vorrei far passare.
Un canto di gesti ha bisogno del suo spazio:
a una quercia non basta la cupola di una chiesa
non vuole ascolto solo il saccente
come me, che scrivo senza risposta.
Muri che si credono labirinti
ignorano i fiumi
scambiano vastit e confini
magia e trucco
mistero e soluzione.
Fermare una biglia con la scarpa nel suo lancio
un gesto violento
non ha nulla di percettivo.
Come il fango che dalla strada rimane sul tappeto,
portato in casa dai tuoi amati di corsa da una pioggia:
non possibile ignorare una storia.
Slitta come lingua, urge come tana.

*
L'impasto strano
che la sconfitta
l'ho masticato ieri in una mia vecchia mania.
Come compagna di progetti fallimentari,
la desolazione si assesta,
composta di frutta
sbattuta a pi colpi sul tavolo
dentro il barattolo.

*
Sei uno stormo
che si perde e si addensa,
becco di bocca.
Io lo capisco che
non vuoi pi stare in braccio.
Ha toccato anche me
il ramo del ritorno
e
non stato gradevole come pensavo.
Ci sono stagioni
che ti vogliono lontana,
quando le foglie perdono la presa
e i frutti minacciano di rarit .
Ci vuole coraggio
per placare l'affanno
e una misura complicata
fra ricordo e dimenticanza.
Scavavo a terra per cercare aria
e non preciso
come provvedimento.
L'uovo che sei
non pu pesare pi delle ali.
Mi sfianca ripetermi i pericoli,
preferisco le urgenze.
Quindi prendo esempio da te
e spicco una risata.

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