Ennio Cavalli

PER IL VERSO GIUSTO

inediti e inauditi degni di nota

Spelling

Lo spelling della parola bacio
è un bacio sulla bocca.
Di giovinezza,
lo spazio di manovra
delle tue unghie rosse.
Lo spelling di mezzogiorno
ha a che fare con l'ora di punta
e con l'ombra delle statue antiche.
Lo spelling di cinciallegra
è un ciclamino.
                [...]

Ennio Cavalli

Spelling
Lo spelling della parola bacio
è un bacio sulla bocca.
Di giovinezza,
lo spazio di manovra
delle tue unghie rosse.
Lo spelling di mezzogiorno
ha a che fare con l'ora di punta
e con l'ombra delle statue antiche.
Lo spelling di cinciallegra
è un ciclamino.

Il modo più gustoso
di venire a sapere le cose
è col cucchiaio.
Il modo più veloce per venirne a capo,
scavare tutto intorno.
I Tropici sono in perenne disputa
tra grandi piogge e solleone,
scrittori come Marquez sanno mediare.
Cancellate e muri, ruggine contraria.

Lo spelling della parola fiaba
sono le illustrazioni.
La parola corpo, turismo di fianchi
per mani e monti.
Il reggimento delle ossa
va incontro alla disfatta
dell'artrite.
La tua voce, arrembaggio celeste,
spicchio di crostata a colazione.
Di fiore in fiore,
la felicità rientrò nell'arnia
di un verso sciolto.

Svita la parola casa dal rimario,
lutto di grammatiche migrare.
Non c'è tassa o ghetto che cancelli
l'indebitamento della storia
coi più deboli.

Lo spelling di menzogna, ennesima bugia.
Lo spelling di bugia, un millepiedi.
Lo spelling di samba,
una sparatoria di fianchi
al sambodromo di Rio.
Di eternità, la corsa di levrieri
nel supersincrotrone di Ginevra.

Scandalosamente
il mio Dio fa solo finta

di non essere il tuo.

L'amore
L'amore è un frigorifero pieno.
Altrimenti una sbornia di vino barricato
una lattina di olio per friggere
una porzione di trippa nel giorno della sagra.
D'amore non si muore, lo dice la canzone.
Lo sotterri, come fa il cane con l'osso
e in un battito di ciglia
rispunta in un fosso
lontano mille miglia.

L'amore, se vuole, fa rima con tutto,
anche col verso libero.
Fa rima con i tacchi di una cameriera messicana
comparsa a Hollywood e mai più vista,
con i saldi di una vetrinista cieca,
con una corsa pazza lungo la linea tratteggiata,
con i viaggi di nozze e i giri di chiave
che consumano Venezia.
Fa rima con i sughi della nonna,
con il fango grammaticale dei campi nomadi,
con i rebus e le sciarade.
L'amore bussa due volte, al corpo e al cuore.
L'amore tra due corpi è un libro bianco,
il segnalibro di un lenzuolo.

Amore è uscire assieme a un paio di scarpe nuove.
Se lei ti pesta i piedi, rimetti le scarpe vecchie
e cambi marciapiede.
Amore è entrarci con tutte le scarpe
e uscirne a testa alta.
Una voce ti rifà gli occhi:
"Guarda la luna in vetrina!".
Ed è vero, ed è vera la voce in vetrina.

Se i conti sono in rosso,
l'amore è la prova del nove.
Come l'ora legale, allunga i tramonti,
le strade cantonali.
È un vuoto già riempito.
Chissà chi nasce prima,
l'amore o l'amatissima regina,
l'uovo inflessibile o la fluida gallina?

Il trombettista
Il trombettista soffiò soffiò
ma la tromba non suonò.
Allora provò a bere dalla tromba
come dal becco di un orcio pieno d'acqua.
E bevve, bevve, si ubriacò di sete.
Poggiò l'orcio sul pavimento
e gli parve un fiore di marmo
sul punto di appassire o di apparire.
Il trombettista si mise la tromba in testa
come un elmo malsano,
fece il giro della stanza, ritornò dov'era,
sull'orlo del precipizio.
Puntò la tromba contro l'ombelico,
come un trapano imprudente,
la spinse fino in fondo, poi la respinse
oltre le apparenze.
Ma la tromba non si piegò a nessun volere.
Il trombettista riprovò a soffiare
e lo strumento che aveva sempre riscosso
l'oro del suono
non versò neanche uno spicciolo di nota argentina
o l'arguzia di una stonatura.
Intanto sullo sfondo prendeva forma
un tentativo di paesaggio,
la tappa improvvisa di un altare di ghiaccio.
Soffiò ancora, soffiò, il trombettista soffiò
come se qualcuno soffiasse al suo posto.
Ma non c'era nessuno.
Così si accorse di non essere lì,
si accorse di non essere.

 

Il chitarrista
"La mia pelle è tutto uno spiffero,
la mia pelle è rósa dai venti",
rabbrividì imbracciando la chitarra.
"Ma già che siete qui, scaldiamoci!".
Forse per un difetto di traduzione
o difettò l'amplificazione,
in due e due quattro non restò nessuno.
"Allora siete spettri!", li rincorse.
Folate di nevischio aprirono le imposte.
Ripose la chitarra nell'astuccio,
uscì dal buio con la lanterna
della sua lentezza.
Finché le mani diventarono rosse
e poi scomparvero in una rissa di quartiere,
mozzate da altre ombre.

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