Aurelio Picca

L'imene delle Grazie
Fui beato con voi strappati da sé, ignari d’ogni mondo
               [mentre mi accucciavo tra cosce smagliate,
e calze nere bucate, e vulve piscianti
nel buio radioso di ghiaia, e mestrui trattenuti
da tovaglioli di cotone a quadri (gli stessi delle osterie),
o color  avorio di uncinetti verginali.
Ero in balia di questo mare amniotico, salivare,
la futura sborra che a Sud preferiscono burrosa,
maschio-femmina, per colpire al volo l’utero
a capocchia di Fresia, di fiori di Zucca, di Zagara,
di Garofano, di Limone siciliano…
Sgranato in chicchi rubino o a pallini di sterco di capra,
contemplavo i gagliardetti sbavati
dal celeste polvere di una e cento madonne
Partorienti e Immacolate, rinchiuse in giungle di candele
là sul precipizio dove il carro si arrestò,
con i buoi in rimbalzo come fossero gonfi di plastica;
oppure in sperdute grotte aquilane
dalle portentose mammelle di matrigna o papessa in trono,
altro che Gran Sasso fallesco! No, cosmica femmina il Sud…
[d’ori ricchi o da due lire prima che scoprissi il Monte di Pietà
con altre donne sfiancate a trovare i pochi soldi per abortire.
Voi tutti, meno uno, io, eravate con la testa sciocca
nel mentre cantavo a Loreto, al Divino Amore…
eppure il primo Sud forse fu il Nord:
quando la Signorina maestra Di Falco ci narrò
di come il Belice veneto fosse sottosviluppo
con i contadini che ieri morivano ancora di pellagra.
Anche i ferraresi delle campagne attorno a Maria Goretti
erano sudisti, proprio come se avessero combattuto
la guerra di Secessione.
Epperò tutto è frattaglia di pollo, sugo di pollo,
con budelli e reni e animelle e capocce di abbacchio
un tempo barattate o infornate a Testaccio, movida de che!?,
appunto perché Roma è l’Orologio da rote di Ciro di Pers.
Ma fu la mia mamma bella e piena di amanti
a ergersi sul mare di Sperlonga razziata dai turchi
con in cima le montagne de La ciociara e il mercato di Fondi
strazeppo di melanzane, pomodori, indivia e olive di Gaeta
da dove la Sesta Flotta era un grigio piombo
di Gian Marco Montesano.
E’ da lì che cade, in un decimo, la luce di Levante,
al primo giro di boa del Circeo quando l’Ade
apre il sipario sulla  Flacca e  Domiziana
prima di Mondragone nel tempo della pistola
per sparare a chi volessi io, per gioco;
a chi volessi io, per ammazzare.
Dunque già in fronte alla maga, nel bosco
di cinghiala sull’asfalto di notte che scintilla
con lo zoccolo, e fa rabbrividire il sangue dolce
da par nostro, ecco la luce si inabissa
mentre a Ponente il cielo sul mare è magenta,
o di un colore che si intona ai vostri occhi, se volete.
Insomma la luce cade e resiste, tra Levante e Ponente,
come accade sul Pollino: con il Tirreno di qua,
e lo Ionio di là.
Ma nel principio del viaggio nel corpo
niente sapevo del Sud, come niente so
del Cristo a Irsina pur sapendo di Matera,
del Carro della Bruna  distrutto e straziato
per rubare cartapesta da reliquia, magari del colore
che impera a Pestum o nella Valle dei Templi
abbracciato alle Colonne, affogato nel torrido rosso
del tempo incarnato in sfregi sfarzosi, prima,
molto prima o dopo il golfo di Policastro e Sapri
e ancora un altro Cristo elettrico sulla rampa di Maratea
quando ci vide psichedelici, addolciti fin dentro la morte,
nudi nel letto soli, con erezioni nervose,
disperati d’amore, pronti a sprofondare nel fegato
o nella bile soltanto perché ero innanzitutto nato.

II
Allora, in uno dei viaggi nel corpo, mi esaltai
dello scolo di sangue mio nel cesso di Santa Cesarea
mentre con il glande, a forma di testa di gatto,
spingevo la disperazione oltre la nuvolaglia
di uccelli-rumori-assordanti,
quando il vuoto sillabava più delle sirene.
Avrei dovuto sapermi eroe, e non sciocco;
invece abortii la giovinezza nelle stanze
di alberghi squallidi ed eleganti,
sopra i muri calcinosi di Lecce,
contro fantasmi che non si erano mai drogati
ma che fruttavano follia muta sempre in viaggio,
in viaggio su una rotta perduta.
E a Otranto entrai prima di Gerusalemme,
prima che fossi protetto dalle Ali di San Michele
anche se baciato ogni istante da un Angelo
sdentato, epperò provvisto di labbra morbide,
sottili, carnose, dolci indicibilmente.
Varcai la soglia di un bianco sospeso tra palme
e mari snudati di zaffiri e riempiti di veli
e veli gonfi di sangue.
Erano i nostri stupri, la mia deflorazione
ultraselvaggia che macchiava le pietre, l’acqua,
il silenzio, fino ad assediare l’ospedale cittadino
con quella scimmia di ciclista morto
all’istante per un solo cazzotto sul naso.
Sangue, celeste, e bianco; oppure sangue celeste
sgorgava dal mio corpo e si trapiantava
alla fine dei tempi prima che a Scilla,
con le onde tagliate da miliardi di lame da barba,
mi vollero domo, stupido come noi e voi,
illuso di trovare Cariddi al posto di Reggio Calabria
mai veduta se non nella Corona alta, più alta del cielo.
La Corona sopra.
Invece a Sferracavallo, alle porte di Palermo -
due passi dalla esplosione de “la giustizia umana” -
ogni goccia di sangue si è essiccata
per trasformarsi in fiori di plastica
come sulle tombe degli zii mai baciati,
proprio là io banchettai alla corte di un uomo-cavallo
nero di  criniera e coda che ci adornò
il capo di sarde e profumi viziati.
Fu curiosa, a un tratto, la sparizione del sangue
per lasciare posto a una tavolata di cadaveri
bolzi e sfatti, seppur dotati di fascino egizio,
caronteo in questa piramide arabogreca
di canti sperticati, nel ventre di una danza
che non avrà mai fine. Sia lodato il Signore.
Ecco, in quel tempo, pensavo che il nord fosse il Nord,
e il sud il Sud; invece le membra lunghe del corpo
sono del Re, del Lusso, sono della Civiltà,
ma niente sapevo ora che rammento Napule mia.

                 Ah! Che bell’aria fresca…
                 Ch’addore ’e malvarosa…
                 E tu durmenno staje,
                 ’ncopp’a sti ffronne ’e rosa!
                 ’O sole, a poco a poco,
                 pe’ stu ciardino sponta…
                 ’o viento passa e vasa
                 stu ricciulillo ’nfronte!
                 I’ te vurrìa vasà…
                 I’ te vurrìa vasà…
                 Ma ’o core nun mm’’o ddice
                 ’e te scetà…
                 ’e te scetà!...
                 I’ mme vurrìa addurmì…
                 I’ mme vurrìa addurmì…
                 vicino ô sciato tujo,
                 n’ora pur’i’…
                 n’ora pur’i’!...

III
Fu a Santa Chiara che gli scugnizzi
con le sette paperelle cercarono le zizze
delle sette fanciulline mie.
Beccavano e il cielo burchiato di smalto
bersagliava i galeoni spagnoli signoreggiando
assai più del fuoco inglese.
Ma fu che Walterin aveva i giocattoli delle bugie
senza piezz e fierro, senza piezz e pizza, piezz e core,
piezz e cazz.
Neppure chella piezza e bucchinara
si era fatta trovare a Sanità quando la pistola
costava troppo, e Toledo s'incendiava
di quel poco mare poverello,
lustro come una pezzolella stretta
tra Castel dell'Elmo, Castel dell'Ovo, il Maschio,
Palazzo Donn'Anna con Capri a gargarozzo.
Di fuori tutti si gustavano i botti
intanto che un altro anno tarlava
la mia vecchia giacchetta di Attolini.
Chissà quando fu, però, che la vocina
a Posillipo mi disse: "Buttati giù, buttati giù,
tanto non muori".
Allor pensai che lo Spagnoletto fosse eccitato il giusto
per sbranare i femminielli e le coppiette nascoste
dietro i giornali stesi sui finestrini delle auto,
mentre Nino D'Angelo cantava accussì.

E te sentive d'essere 'a cchiù forte
Quando d'ammore me parlave tu,
dicevi "se mi lasci non mi importa,
song guagliona ancora 'o vvuò capì".
E nun te dico poi se con la mano
sfioravo quel tuo seno mai toccato,
tu me dicevi "no, pecchè vuò esagerà",
t'alluntanave 'a me, nun 'o vulive fa...

Però la sera ribaltabile giù
e dint' 'a macchina cariste cu mme,
e 'a chella sera ribaltabile giù
mo tutte 'e sere 'o vulisse fa tu,
ogni domenica te vengo a piglià
e jammo 'o cinema, jammo a ballà,
ma verso 'e sette primma 'e ce salutà
'e ribaltabile cu mme vuò calà...
Però la sera ribaltabile giù
e dint' 'a macchina cariste cu mme,
e 'a chella sera ribaltabile giù
mo tutte 'e sere 'o vulisse fa tu.

IV
A Forcella trovammo la pistola.
O piezz e fierr fu pagato in contanti
in un giorno di luce sporca,
come se l'Albergo dei Poveri potesse essere pittato
per morire in una culla-acquario.
Invece incominciai a piangere quando, da Capodimonte,
vidi arrancare il Gobbo: cieco, storpio, monco
come una statuina di San Gregorio Armeno.
Piansi fin quando l'aria si fece fresca e ferma
come se il miracolo dell'apparizione mi pugnalasse in gola
affinché, un giorno, ricordassi gli amori perduti.
Fu allora, in quel preciso istante, che Napoli
divenne Casablanca.

C'era un'aria di astrakan, di perle tarlate. Il mare perennemente mestruale; le isole: orgasmi di lauro.
Certamente non vedevo niente di tutto ciò: sentivo e sentivo come l'animale che sono; l'animale di quando indosso gli scarponi rotti, il cappotto bruciato.
Quella notte ero un re al quale rimane in dote soltanto la corona tra i capelli. Ero poverissimo. Solo. Immerso in un paesaggio barocco, in una città che mi piace immaginare come un pasticciaccio modellato dalle mani dei vecchi.
In questo luogo cercavo Casablanca. In fondo cercavo solamente un nome tra la nebbia, in compagnia di Andrea, Virgilio, con un'automobile con gli ammortizzatori scarichi.
Al riparo di un pino ho veduto una donna che non posso descrivere tanto era mia madre, mio padre, la mia puttana, serva, tanto era mia figlia, mia amica, bastarda, ali di carne, tanto era questo trionfo morto, nave inabissata, occhio nero.
Questa donna era il mio Bambin Gesù, la mia sposa, la Madonnina del cielo, braccia che toccano i pesci del lago.
Ho incontrato una donna, là nel freddo, che pare abbia svuotato le miei interiora e m'abbia imbalsamato: per essere fotografato da tutti coloro che rideranno di me.

Eppure tutto finì a vent'anni
nelle acque dello Ionio.
Invece di uccidere lei a colpi di pistola,
sparii come Palinuro in questo mare
che sa del respiro degli Angeli,
dello scroto dei Putti.
Tra queste trasparenze uguali all'imene delle Grazie.
Non mi diedi la morte; mi lasciai soltanto andare
via dai suoi e dai vostri occhi.
Forse sono morto senza accorgermene;
oppure, sparendo, non morirò più.
Ho scelto per amore, per Voi.
Capite? Sono morto o scomparso al posto vostro.
Avete ascoltato, sentito tutto?
L'ho fatto per Voi adorati miserabili.
Miserabili.

Sommario

pus-megafono

Videor

logo_raccapriccio

Sommario

avete-rotto-la-mi

logo_raccapriccio

Sommario

pus-megafono
logo_raccapriccio